E’ da qualche mese che, una volta ogni tanto, vado in palestra per una lezione di judo. Sarà che io ho bisogno di leggere sempre prima un manuale, ma non riesco ancora a orientarmi, a ricordarmi i nomi, e a muovermi adeguatamente. Allora ho deciso che prima della prossima lezione voglio imparare qualcosa. Magari continuerò a non essere capace, ma almeno saprò cos’è che non riesco a fare.
Pronti? Lo spiego a voi così lo imparo anch’io.
Aperta la scatola, sparso il contenuto sul tavolo per terra, dove c’è posto; conto, verifico. Comincio ad enumerare il contenuto della scatola. Parto dal materiale accessorio, che le squadre sono più succose e ce le teniamo per ultime.
Salgo le scale buie, apro la porta cigolante, entro nella soffitta umida. Trovo la scatola impolverata. Come il miglior Indiana Jones, la porto via senza lasciare traccia – se non consideriamo due o tre mollette per terra e un cellophane ributtato sopra alla bell’e meglio
– e affronto il lungo e difficile viaggio di ritorno, ovverosia quei cinque minuti di macchina dalla mia casa natale a quella attuale.
E lì, con grandi rulli di tamburi e un cielo che s’addensa, scoperchio il baule del tesoro.
Al torneo di Subbuteo di Mantova, organizzato in occasione del Festival della Letteratura, non ho potuto partecipare. Era ristretto ad alcuni addetti ai lavori: quattro ex-giocatori famosi (tra cui il campione mondiale juniores del 1978, Andrea Piccaluga), Daniel Tatarsky (l’autore del libro “Remember Subbuteo” che ha dato il via a tutto quanto), e altri amici, parenti, compagni di gioco dei suddetti. Il tabellone era stato preparato in anticipo. Peraltro, a malapena ricordavo le regole quindi avrei semplicemente fatto una pessima figura.
Vi riporto quindi solo le mie impressioni da spettatore.




